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Il mio servizio fotografico sul cashmere mongolo pubblicasto su junge Welt (Germany) e Rhythms Monthly (Taiwan) testo di Alessandra Monti, in collaborazione con Parallelozero. Buona lettura.

Il reportage è stato sviluppato a partire dal 2016 quando andai per la prima volta in Mongolia, sono stato ospite di una coppia di pastore, Dash e Pulè, per una settimana per documentare il loro lavoro. Mi trovavo nella zona del Gobi. Una volta salutati i miei amici pastori mi sono recato ai centri di smistamento locali del cashmere per poi entrare nelle grandi fabbriche di Ulan Bator. E' stata un'esperienza davvero particolare, a distanza di un anno sono poi ritornato da Dash e Pule con degli studenti di un mio workshop.


In Mongolia gli effetti del cambiamento climatico sono ormai una realtà, qui negli ultimi 60 anni la temperatura media è aumentata di oltre 2 gradi, il doppio del surriscaldamento globale mondiale. Ciò ha portato e porta effetti devastanti sull’ambiente e di rimando sulla millenaria cultura nomade dei Mongoli. I temuti dzud, gli inverni gelidi con nevicate straordinarie, da decenni stanno sterminando gli animali delle famiglie dei pastori nomadi che trovano la loro unica fonte di reddito nella pastorizia e nella vendita del cashmere. Gli dzud sono solitamente preceduti da estati torride a loro volta che inaridiscono lentamente i grandi pascoli verdeggianti. Il clima è però è solo una concausa: il pascolo intensivo - dettato dalle leggi di mercato sempre più legate al profitto - sta stressando il terreno rendendo difficile la rigenerazione delle vegetazione.

Attualmente in mongolia pascolano 70 milioni di animali, 80% capre e pecore. Un numero enorme se rapportato agli anni 90’ quando l’Unione Sovietica aveva un controllo sulle greggi di ogni famiglia, questa crescita fuori controllo ha portato il numero di capi di capre da 6 a circa 29 milioni. Le difficolta climatiche, i pascoli sempre più aridi, spingono le famiglie con meno possibilità ad abbandonare la vita nomade in campagna, una lento e costante migrazione verso l’unica città, la caotica Ulan Bator, che ha visto negli ultimi 30 anni triplicare suoi abitanti ed ora accoglie la metà degli abitanti di tutto il paese. Inizialmente adagiata in una conca, si è espansa a livelli incontrollati sulle colline circostanti dando vita a quello che viene chiamato il gher district, una distesa desolata di tende bianche, spesso senza fognature ed acqua potabile con le esalazioni delle stufe a carbone che in inverno rendono irrespirabile l’aria della città.

Il Governo mongolo sta cercando di arginare il problema, limitare il numero di pascoli permettendo alla terra di rigenerarsi renderebbe la vita nomade ancora sostenibile, ma non è facile, la domanda di cahsmere è alta ed è la seconda entrata del paese dopo le estrazioni minerarie. Delle 10 milioni di tonnellate di casmhere grezzo prodotto 8 vengono vendute alla Cina che poi chiude il ciclo di lavorazione e realizzazione dei capi con qualità spesso scarse. Il cashmere mongolo è considerato il miglior cashmere in assoluto per finezza e uniformità delle fibre, riuscire a lavorarlo interamente in Mongolia, con una filiera tracciata e certificata è la sfida per valorizzare un prodotto “Made in Mongolia” di qualità, con vantaggi in termini economici per tutti, anche per gli stessi pastori.

La Mongolia dovrà riuscire a far convivere progresso e libero mercato con le sue radici culturali, una sfida ardua ma possibile.








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